ALTERITÀ

reading per voci e violoncello

Ph: ©CesareAbbate

Di e con

Adriana Follieri voce

Pasquale Termini violoncello

disegno luci Davide Scognamiglio

spazio scenico Francesca Capasso

collaborazione alla drammaturgia Daniele D’Ari, Carlo Galiero, Lorena Muñoz

collaborazione artistica Carlo Martello, Carla Pastore, Giulio Pastore, Emanuele Perelli

amministrazione Aequor

produzione MANOVALANZA Grazie a Velia Basso, Roberto Castrovinci, Francesco Esposito, Marco Follieri, Rossella Gibellini, Francesca Diletta Iavarone, Brunella Paolillo, Maria Paolillo, e alle allieve e allievi dei Lab Teatro e Luce di Manovalanza.

Ph: ©CesareAbbate

Al di là dell’oceano, in tempi di altre guerre, nei deserti della provincia di San Juan, Deolinda Correa s’è fatta il deserto a piedi: una donna, con suo figlio di pochi mesi, che scappa nel deserto. Scappa dalla guerra e dalla persecuzione, dalla solitudine d’amore e dalle insidie di uomini che vogliono prenderla, come una cosa; scappa dalla paura e dall’idea che la sua casa e la sua terra non siano più sue, non siano più casa, né terra. Al di là dell’oceano c’è una giovane donna, rifugiata politica senza rifugio, che scappa, senz’acqua nel deserto, con suo figlio attaccato al seno, che la risucchia, la beve, fino a quando di lei non c’è che un seno vivo, nient’altro. Deolinda è sepolta sotto una croce, ma la sua storia no, viene raccontata di casa in casa, di bivacco in bivacco. La donna ha miracolato suo figlio, che ora vive, mentre lei non è più, e come una Santa protegge chi va e chi viene, protegge chi viaggia e le porta in voto acqua in bottiglia per dissetarla, ché mai si dica: è tardi. Mai si smetta di credere ai miracoli. Ora, sopra di lei, sopra dove è sepolta, è sorta una città: si chiama Vallecito, un milione di persone, ogni anno, ci va in pellegrinaggio, dalla Santa che nessuna religione riconosce, Santa scelta dal popolo, Santa delle bottiglie, protettrice dei mandriani e camionisti, Santa stradale. Vanno e vengono, portano da bere, chiedono la grazia. E bisogna farne di strada per seguire l’ombra della grazia. Lo sa bene il sopravvissuto, il figlio di Deolinda scampato al deserto, prova vivente del miracolo di sua madre; lo sa bene che per proseguire la stirpe prodigiosa, si deve fare la gavetta. Non è il suo vero nome, ma lo chiamano Tiresia, come quello più famoso, perché la sa lunga e perché, succhiata da sua madre ogni vergogna, quella creatura scampata alla sete del deserto è cresciuta in un teatro, nutrito a incanti e menzogne da animelle prodighe, ingozzato di drammi e fantasie da altre madri ipocrite e svergognate. E non poteva che farsi attore e attrice, cieco e profeta, uomo e donna, come Tiresia appunto, nient’altro che un fenomeno da baraccone, o un personaggio di teatro, pronto a dar vita alle mancate vite, quelle dei disperati e dei pieni di grazia. Pare che sia così, che i figli di un miracolo siano anche loro capaci di prodigi… Certamente è così, in questa storia.

Ph: ©CesareAbbate

Le voci che prendono corpo in ALTERITÀ sono quelle di un sud del mondo sconfinato e dirompente. Potremmo definirlo sud geografico, soprattutto sud filosofico, che abbraccia in sogno Magna Grecia e America Latina, Napoli e Buenos Aires. Confonde le acque questa ALTERITÀ, che non fa in tempo ad affermarsi e già si ritrova cancellata. “Je est un autre”. Io è un altro, anzi, un’altra. Vivono sulla scena personaggi troppo spesso definiti marginali, centrali in un’altra faccia della normalità, in un vortice femminile che rivoluziona e rovescia la prospettiva. È proprio il margine che cambiando postura appare al centro e si racconta.

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